SUMMER OPEN SEA KAYAK EXPEDITION...

Fin dalla prima volta che ci siamo avventurati sul Mar Egeo, abbiamo fantasticato di pagaiare per un lungo periodo tra le sue innumerevoli isole... senza avere l'assillo di dover finire nel tempo a disposizione quello che ci eravamo prefissati.
Ora questa aspettativa si è concretizzata: il viaggio inizia a fine giugno con un biglietto di sola andata...
Quando avremo finito le Isole Cicladi... torneremo a casa...
Tatiana e Mauro

Please use the translator on the left.
We're paddling most of the day and we don't have enough time to translate every single post...
We're confident you understand our position!


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martedì 20 settembre 2016

Naxos, l'isola delle taverne

Venerdì 16 settembre 2016 - 85° giorno di viaggio
Ormos Stavros - Ormos Kalotaritisas, Donousa (11 km)
Vento N 20-25 nodi (F6) - Mare mosso - Temperatura 24°C
"Oggi ci imbarcheremo alle quattro del pomeriggio", proclama appena sveglio il Consigliere alla Navigazione.
Sono le dieci e mezza del mattino ma abbiamo dormito appena quattro ore: l'orario di pubblicazione dell'ultimo post potrebbe avere suggerito a qualcuno che abbiamo tirato l'alba. Siamo stati influenzati dalla prima costante dell'universo: anche a Donousa la connessione internet è infima ed intermittente e dalla nostra postazione privilegiata sulla terrazza della taverna affacciata sul mare tutto procede con una lentezza inaudita!
Della seconda costante non possiamo dire, perché il vento persistente ci impedisce di dare corso ad un nuovo lavaggio dei capelli, mentre la terza costante dell'universo si manifesta con una velocità velocissima e già dal primo boccone consumato sull'isola riesco a macchiare sia la maglia a maniche lunghe che i pantaloni neri lunghi, con un "battesimo" immediato dell'abbigliamento autunnale.
Serve una colossale colazione ipercalorica per vincere il sonno (e per aggiungere macchie alle macchie: miele e caffè su olio e sugo, belle nuances!). Serve anche una qualche attività terrestre prima di salire in kayak, così Mauro si dedica all'accanimento terapeutico sulla sacca stagna del GPS ed io a predisporre il secondo pacco di ricci e conchiglie da spedire a casa (abbiamo saputo che il primo è giunto a destinazione in appena dieci giorni!). Serve poi un secondo caffè frappè ed una seconda lunga sosta alla taverna sul porto per recuperare un po' di energie. Così le capacità divinatorie del Consigliere alla Navigazione si rivelano più che corrette: ancora un po' rintronati dalla carenza di sonno, ci imbarchiamo proprio alle quattro del pomeriggio. Dopo avere risposto alla "solita" nuova domanda di un signore francese che parla un fluente italiano e che passa sulla spiaggia proprio mentre stiamo salendo in kayak: "Ma voi non eravate a Koufonissi qualche giorno fa? E fate tutte le traversate tra le isole senza mai prendere il traghetto? E non è pericoloso?" Lo tranquillizziamo e andiamo.
Il Meltemi è là, appena fuori dal porto, che imbianca il mare tutto intorno all'isola.
Altro che tranquillizzare il francese!
Che poi uno pensa che, dopo quasi tre mesi trascorsi in mare, un giorno appena di pausa non faccia nessuna differenza. E invece no. Quando ti fermi, anche per un giorno soltanto, non è poi così semplice risalire in kayak. Ogni volta bisogna riprendere confidenza con la dimensione anfibia e servono sempre una decina di minuti per riadattarsi all'andatura ondulatoria del kayak. Qualcosa è cambiato e qualcos'altro è stato dimenticato: oggi sembra che la mia capacità di coordinazione motoria sia andata irrimediabilmente perduta, visto non appena vengo catapultata tra le onde mi sento una principiante imbranata.
Il vento avrebbe dovuto calare a partire dalle nove del mattino ma, in barba a tutte le previsioni meteo, ci accompagna per un buon tratto: per i primi cento metri ci fa illudere di essere un gentile venticello a favore, poi ci ricorda che quando soffia da giorni gonfia anche il mare quel poco (o quel tanto!) da formare onde che sommergono i ponti dei kayak, ed infine ci blocca per oltre un'ora sul versante orientale dell'isola. E noi sempre qui a prender tempo per riabituarci a questo strano, instabile e sempre variabile equilibrio liquido.
Capiamo però, ancora meglio dal mare che non da terra, che Donousa, un po' come Amorgos, ha un suo fascino misterioso e particolare. Forse perché sono entrambe isole lontane, isole di fine corsa dei traghetti, isole fuori dalle rotte turistiche. Donousa è la più settentrionale delle Piccole Cicladi ma è molto distante dalle sue "sorelle": come Schinousa e Koufonissi, ha una piccola Chora affacciata sul mare, con una sola chiesa, una piccola posta, una guardia medica quasi nascosta ed un solo negozio di souvenir. Le altre case bianche del centro sono occupate da taverne, camere in affitto, un market, un fruttivendolo e l'agenzia della compagnia di navigazione che arriva sull'isola con un traghetto due volte al giorno (almeno fino a ieri, forse per via della festa patronale!). Sull'intera isola abbiamo poi notato un eliporto, una centrale elettrica dotata di tre grossi gruppi elettrogeni, altri due centri abitati, uno in montagna ed uno al mare, entrambi con sette case contate, tante belle spiagge di sabbia, ognuna con un piccolo campeggio libero organizzato, scogliere dorate sul versante meridionale e promontori pronunciati su quello settentrionale.
Donousa è anche l'isola dei gatti giocherelloni e dei falchi pescatori.
I primi si aggirano sulla spiaggia del porto e giocano con tutto e con tutti, tanto che montare e smontare la tenda è stato per noi più lento del solito (molto più lento del nostro solito lento!), perché due o tre gatti giocavano a turno con i lembi del sotto-tenda, con i tiranti rossi e con ogni cosa che potesse essere afferrata con le zampine e rosicchiata con i dentini. Capiamo in serata, alla taverna di Kalotaritisas, il motivo di tanta vitalità: due ragazze del posto hanno dato vita ad un progetto di tutela della popolazione felina locale, al quale partecipano molti altri isolani e che ha dato risultati invidiabili. Le attività di "Cat Donousa" sono volte e sterilizzare, curare e sfamare i gatti dell'isola e nell'ultimo anno sono stati sterilizzati ben 84 esemplari, sono stati creati 5 nuovi luoghi di riparo e sono stati raccolti fondi per sfamare tutti a sufficienza. Il progetto si alimenta, oltre che dei contributi volontari di turisti e non, anche della vendita di borse in stoffa (volta a diminuire l'uso di buste di plastica, qui sulle Cicladi ancora largamente utilizzate, purtroppo!) e di curiosi gatti in cartapesta, grandi come birilli del bowling e colorati come tanti Arlecchino.
Ecco perché tutti i gatti di Donousa sono così felici!
Dei falchi che a decine incontriamo sotto le scogliere dell'isola, invece, ci chiediamo due cose: che verso fanno i falchi? possibile mai che "stridano" e basta? questi loro versi sono ben più ricercati e drammatici per essere definiti solo degli stridii. Eppoi, è proprio vero che i falchi pescatori pescano? Perché nel nostro periplo di Donousa, quelli che volteggiano in maniera così elegante e veloce sui nostri kayak, non la smettono mai di "verseggiare", ma non si tuffano neanche mai in mare per tirare su da mangiare. E allora terza domanda: che cosa mangiano i falchi, ammesso che siano davvero falchi pescatori?
E' con queste amenità in testa che alla fine, sempre pagaiando contro vento, entriamo nella bella ed ampia baia di Kalotaritisas e sbarchiamo sulla spiaggia centrale proprio mentre rientra anche un piccolo gozzo colorato di un vecchio pescatore che ci sorride e ci saluta mentre scende a terra con la cesta del pesce appena pescato.
Ci godiamo il sorgere della luna piena dalla terrazza di un'altra accogliente taverna.
Prima di ritirarci in tenda, decidiamo di riunire il Consiglio dei Consiglieri e come prima attività formale scegliamo di proclamare l'istituzione della "Libera Flottiglia Indipendente di Tatiyak in Esplorazione Itinerante". Nonostante il nostro compromesso stato psico-fisico, dovuto forse ai troppi raki ordinati e ingurgitati, non ci esimiamo dal controllare, per la prima volta dopo oltre 40 taverne visitate, il conto che ci viene presentato a fine serata: ci accorgiamo che è stata conteggiata soltanto una delle due insalate ordinate e ci conquistiamo così, oltre al grande sorriso della giovane cameriera, anche l'imperitura riconoscenza del gestore. Tanto che la mattina dopo ritrovo ancora al suo posto il cellulare che avevo dimenticato in carica nella sala interna...

La costa meridionale di Donousa
Verso il capo sud-orientale di Donousa
La costa orientale di Donousa
Il campo a Kalotaritisas
Il piccolo isolotto che chiude la baia di Kalotaritisas
Il "faro invisibile" del capo nord di Donousa

Sabato 17 settembre 2016 - 86° giorno di viaggio
Ormos Kalotaritisas, Donousa - Ormos Azala, Naxos (30 Km di cui 21 di traversata)
Vento N 8-10 nodi (F3) in attenuazione - Mare da poco mosso a calmo - Temperatura 25°C 
Ormai non traversiamo più dal punto più vicino.
Forse perché abbiamo preso l'abitudine a traversare o forse perché non ci spaventa più navigare in mare aperto per oltre venti chilometri, quelli che solitamente programmiamo per le tappe giornaliere. Oppure perché spesso il Meltemi si intrufola nei nostri piani di navigazioni e li scombussola tutti: la costa settentrionale di Donousa ieri era impraticabile, oggi invece è navigabile.
La tappa a Kalotaritisas, oltre che per il bel nome e per la buona taverna, è stata indotta anche dalle condizioni meteo-marine. A riprova che le scogliere a nord dell'isola sono impervie e minacciose, Donousa vanta un faro sul capo che porta il bel nome della bella baia, Akrotiri Kalotaritisas, non certo un nano-faro come i tanti che abbiamo incontrato sulle altre isole, ma un faro in muratura vero e proprio, alto ben 147 metri sul livello del mare, e talmente alto che quasi non si distingue nella foto che scatto a Mauro.
Siccome il Meltemi non è andato del tutto a dormire ma soffia con gli 8-10 nodi delle giornate di bonaccia (!), l'ampia baia che si apre al centro del versante settentrionale è ancora interessata da una lavatrice impostata sul programma "lavaggi delicati", con un'onda incrociata che un po' ci spinge e un po' ci ostacola. Ci sono dappertutto dei picchi d'acqua simili a quelli che si formano nelle fontane artistiche, quelle che sempre più spesso abbelliscono i centri delle città europee e che talvolta si muovono a ritmo di musica o in sincrono con giochi di luci colorate. Oggi qui ci sono tante piccole guglie liquide che saltano su dal mare anche di mezzo metro. Pagaiarci in mezzo è divertente, anche se un po' bagnato.
Il capo nord-occidentale di Donousa è molto più basso del precedente e dilavato dall'acqua e dal vento, tanto che è completamente brullo e privo di vegetazione, ma con alcuni omini in pietra che sempre mi fanno sorridere (perché sono troppo sollevata all'idea di non essere l'unica pazza che va in giro per il Mediterraneo ad impilare pietre!).
Poco oltre si apre una piccolissima baia chiusa su stessa, Ormos Limni, che dalla mappa non riusciamo a capire se è un anfiteatro naturale oppure un bacino artificiale: scopriamo non senza sorpresa che si tratta di una piccola ansa perfettamente circolare che ospita un vecchio ricovero ormai crollato per uno o due gozzi ed uno spicchio quasi invisibile di sabbia fine.
Scendiamo per sgranocchiare la solita barretta, prima di affrontare la traversata di ritorno su Naxos.
Come sempre accade, in navigazione non parliamo quasi, ma pensiamo tanto.
Oggi ci troviamo a riflettere, ognuno per proprio conto (a riprova della "corrispondenza di amorosi sensi" che ci sta accalappiando durante questo lungo viaggio alle Cicladi) a quanto è strano il mare quando tira vento.
Andrebbe rivista la corrispondenza tra forza del vento e stato del mare, qui nell'Egeo come del resto un po' ovunque nel Mar Mediterraneo: l'altezza delle onde, infatti, non è quasi mai rapportata all'intensità del vento. Secondo l'esperienza maturata in quest'ultimo come nei precedenti viaggi nell'Egeo, le onde ci sembrano molto più simili a quelle ripide, ravvicinate e nervose del lago, anche se di uno o due stati inferiori alla scala di riferimento, anche quando navighiamo in mare aperto, dove le condizioni meteo-marine dovrebbero invece corrispondere ai dati delle tabelle.
Questa riflessione ne porta subito una seconda: quando il mare incontra la terra diventa un altro. E' impressionante constatare quanto la prossimità della costa modifichi la direzione, l'altezza e la conformazione delle onde. E anche quanto incida sulle correnti di superficie e di profondità, tanto da alterare completamente e continuamente la fisionomia del mare.
L'abbiamo vissuto l'altro ieri durante la traversata da Naxos a Donousa, quando ci siamo avvicinati all'isolotto intermedio di Makeres e lo abbiamo trovato avvolto dalla lavatrice-centrifuga. Lo riviviamo oggi che, nella traversata contraria da Donousa a Naxos, ripassiamo per lo stesso isolotto intermedio e, anche se oggi il mare è calmo, senza le onde e senza i frangenti che avevano movimentato la prima traversata, lo ritroviamo scombussolato da correnti di ogni tipo. Devono esserci dei fondali tormentati, o l'isola stessa deve essere molto tormentata, perché lungo i due-tre chilometri del suo versante settentrionale, quello più esposto al Meltemi, il mare è tutto un susseguirsi di vortici e acqua che ribolle e polloni come di risorgive. E non deve essere allora un caso che quest'isolotto venga anche chiamato l'Isola del Diavolo, viste le condizioni infernali che lo interessano anche con calma di vento: il mare è piatto in tutto il resto dello stretto tra Donousa e Naxos, le due isole maggiori, mentre si increspa, si ingrossa e si incattivisce soltanto intorno a Makeres. E ci impedisce anche stavolta una tappa intermedia perché anche solo pensare di sbarcare in una delle sue due spiagge è troppo faticoso. E anche cercare di pagaiare in mare aperto, lontani dalle sue scogliere battute dal vento e dalle onde, risulta alquanto impegnativo, perché quel capo roccioso e nero sembra attirare i nostri due kayak come una calamita. E a nulla serve regolare diversamente la deriva o inclinare diversamente lo scafo o impugnare diversamente la pagaia (come ultima risorsa utile prima di finire sugli scogli!): le correnti ci spingono verso la costa e la correzione di trenta gradi bussola che pure oggi dobbiamo applicare in traversata diventa in prossimità dell'isola un continuo aggiustamento di rotta, come fossimo dei serpenti che strisciano tra le masse d'acqua in subbuglio... E pensare che il portolano nulla dice in proposito. D'altro canto, questi tre isolotti intermedi sorgono proprio in mezzo allo stretto ed interferiscono con la corrente principale: ovvio che la corrente stessa si risenta della loro presenza e manifesti così il suo disappunto per il disturbo procurato...
Per fortuna che il Meltemi ad un certo punto decide di andare a dormire. Proprio nel momento in cui due delfini incrociano la nostra rotta e con le pinne caudali che sbucano per un attimo dalla superficie sollevano le ultime ondicelle degne di un certo rilievo.
La seconda parte della traversata è in un mare color mercurio.
E' tutto piatto e levigato, grigio come nelle migliori giornate autunnali, e non solo per la luce della giornata che sta volgendo al termine ma anche per il riverbero dell'ultimo sole sull'acqua immobile. Quel riflesso accecante cancella ogni cosa all'intorno e della costa non si vede niente. Ma poi tutto ricompare all'improvviso e noi siamo di fronte alla spiaggia scelta per chiudere la traversata e montare il nuovo campo per una notte.
E' una lunga spiaggia di ciottoli levigati e trasparenti, ai piedi del capo da cui avevamo traversato, Akrotiri Stavros, e alle spalle del paesino coi carrelli arrugginiti della vecchia cava di smeriglio che avevamo intravisto prima di traversare, Moutsouna. C'è qualche tamerice prima del muricciolo che delimita il pascolo delle pecore ed il giardino della casa di campagna che accende una flebile lucina sulla porta di ingresso proprio quando noi ci accingiamo a montare la tenda. Bonificare il quadrato di spiaggia che ci serve per dormire sonni morbidi e tranquilli stasera ci richiede più tempo del solito, perché poco distante c'è anche il letto di un torrente che ha trasportato a riva una notevole quantità di sassi piatti e tondi, tutti uguali e del diametro da un piattino di caffè ad un piatto di portata, di quelli bellissimi che userei per creare opere uniche e fantasmagoriche ma che l'Uomo di Ferro non mi lascia caricare in kayak perché, dice lui, sono troppo pesanti.
Dice lui. Dice.

La piccola Ormos Limni su Donousa: sosta prima della traversata su Naxos 
Di ritorno a Naxos, in una giornata di calma di vento
Il lauto pranzo alla taverna di Lionas 
Il campo ad Apollonas su Naxos
Pose plastiche
Le acque limpide sotto le case (ed il Kouros, là in alto) di Apollonas

Domenica 18 settembre 2016 - 87° giorno di viaggio
Ormos Azala - Ormos Apollonas, Naxos (14 km)
Vento assente (F0) - Mare calmo come l'olio - Temperatura 25°C
Nonostante la cura che abbiamo riposto nel dissodare il terreno, il materassino di Mauro dichiara forfait durante la notte. C'è forse un buchino chissà dove, e la prima parte della mattinata è dedicata a questo nuovo accanimento terapeutico. Il Consigliere alla Manutenzione scopre subito che si tratta di un problema alla valvola, che non si può risolvere durante il viaggio perché va sostituita, e che è il momento di mettere in uso il materassino gonfiabile di riserva. Quello che per tutto questo tempo ha dormito sul fondo del gavone e che è servito solo come spessore per altra attrezzatura da spingere fino alla prua. Sorridiamo al ricordo della sorpresa di Manolis quando ad Anafi ci aveva chiesto come facevamo a raggiungere le cose stivate così in fondo al gavone, perché anche ad occhio nudo era chiaro che non potevamo arrivarci con le mani: gli avevamo confidato il segreto, una cimetta legata al materassino di riserva, per poterlo estrarre insieme al resto dell'attrezzatura. E lui, dimentico dello stratagemma e di ogni altra raffinatezza di stivaggio, ci aveva chiesto esterrefatto: "Ma perché, avete caricato anche un materassino di riserva?!?" Certo che si, ne abbiamo portato una di riserva a testa. E meno male, visto che a tre mesi dalla partenza, e a due mesi dal rientro, uno dei materassini è morto e non c'è modo di farlo resuscitare nonostante l'accanimento terapeutico.
Facciamo colazione e due chiacchierare all'ombra della tamerice.
Il Consigliere alla Navigazione oggi vaticina l'imbarco alla ore tredici. E così è.
Il mare è piatto come una tavola e ha i colori di una tavolozza.
Per tutta la mattina non si muove una foglia e non spira una bava di vento.
La costa nord-orientale di Naxos è rocciosa e un po' monotona, come quella che abbiamo già costeggiato nei giorni precedenti la traversata su Donousa. Si movimenta un poco solo nei pressi delle foci dei torrenti che incidono le profonde gole tra i monti brulli: le vallate che scendono irregolari verso il mare sono gli unici triangoli di terra in cui crescono piante di oleandri, eucaliptus e querce. Sulle cime, invece, si scorgono alcune chiesette, diverse dalle altre e per la prima volta realizzate in pietra locale, talmente piccole, con un'unica navata e l'abside retrostante, da mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente circostante e da farci pensare che non sono state imbiancate a calce perché sono centri di culto cattolico e non ortodosso. Fa eccezione la bella cappella sul mare di Aghios Georgios, un santo molto venerato a giudicare dalla frequenza con cui gli sono state dedicati questi piccoli centri di culto: questa cappella è stato costruita sull'estremità di una piccola caletta di ciottoli bianchi, sopra una scogliera bassa ma particolare, ricca di stratificazione rocciose nere ed arancioni.
Anche oggi che è calma piatta, e che tutto è immobile, sui capi si creano sempre dei giochi di correnti che disegnano ricircoli d'acqua molto frequenti e che riusciamo a leggere con estrema chiarezza e facilità. Si aprono di tanto in tanto queste polle completamente piatte, circondate da acque appena increspate, disseminate qua e là in maniera apparentemente inspiegabile e che probabilmente seguono i profili della costa e dei fondali. Su tutti i capi è la stessa storia: correnti e ricircoli, acqua piatta e acqua increspata, in un'alternanza che si ripete sempre uguale ma sempre diversa e che non smette mai di sorprenderci e di incuriosirci. E' bello leggere il mare quando la sua trama è così intricata, è bello sapere che quegli intrecci significano tante altre cose, è bello capire dove indirizzare la prua del kayak per seguire al meglio i disegni liquidi del mare.
Ci distrae da queste interessanti letture la taverna aperta di Lionas, nascosta dietro la taverna chiusa, ma che noi scoviamo ugualmente perché siamo troppo curiosi e troppo affamati. Mangiamo calamari fritti, verdure miste cucinate secondo una ricetta locale che vorremmo tanto scoprire e copiare e triangoli di pasta sfoglia ripieni dell'ottimo formaggio dell'isola: in tutto, tre ore di sosta. Quando finalmente facciamo per andare, il vecchio gestore ci offre un bicchiere di raki, un secondo bicchiere di rakomelo (un tipo di raki aromatizzato al miele e alla cannella, che Mauro non tocca e che quindi io bevo in doppia razione, yuppy!), un dolcetto troppo dolce di un impasto incomprensibile e, per finire, un litro di vino rosè del posto.
Ripartiamo un po' brilli e pagaiamo soltanto un'altra oretta, discutendo delle nuove incipienti attività istituzionali del Consiglio dei Consiglieri: intanto, ci auto-nominiamo "Capitani di Lungo Corso", perché Consiglieri ci sembra ormai un po' troppo riduttivo, e poi ci dotiamo di cospicui fondi monetari per sostenere ognuna delle importanti funzioni a cui siamo chiamati nei nostri nuovi ruoli.
Ecco, giornate come questa mi piacciono tantissimo: pagaiamo poco, mangiamo (e beviamo!) molto e dormiamo tanto!

Gli inserti color crema della costa settentrionale di Naxos
Le scogliere mangiate dal mare a nord di Naxos 
Alcune delle numerose guglie rocciose della costa nord di Naxos
Le montagne cedono il posto alle colline e le gole alle vallate... 
Altre stratificazioni interessanti poco a nord della città di Naxos
Lo scoglio del gatto alle porte della città di Naxos

Lunedì 19 settembre 2016 - 88° giorno di viaggio
Ormos Apollonas - Ormos Aghios Georgios, Naxos (25 Km)
Vento SW 12-15 nodi (F4) - Mare da calmo a poco mosso - Temperatura 25°C
Abbiamo avuto il privilegio di montare il campo sul piccolo belvedere del giardino pubblico del lungo mare di Apollonas: uno degli innegabili vantaggi di navigare a fine stagione.
Abbiamo fatto tappa in questo piccolo e accogliente paesino di pescatori per visitare il suo famoso Kouros, letteralmente un abbozzo di statua. E' un'opera incompiuta del VI sec. A.C. dedicata a Dioniso, anche se una delle guide turistiche dice ad Apollo, forse per l'assonanza col nome del borgo marinaro (chissà se chi scrive 'ste guide ha mai messo piede sulle isole di cui parla...); in giro per Naxos ce ne sono altri due, uno persino adagiato nel giardino della taverna di un paese dell'entroterra, ma quello di Apollonas è particolare perché è alto oltre dieci metri e giace ancora nel letto marmoreo in cui fu scavato; era probabilmente destinato a Delos, la vicina isola delle offerte agli dei, ma è stato forse scartato per la scadente qualità del marmo utilizzato. "Almeno è un sasso diverso dagli altri", borbotta Mauro mentre ci arrampichiamo in cima al paese e poi su per il sentiero che conduce al sito archeologico e che si addentra nella macchia. Anche l'Uomo di Ferro alla fine mostra di apprezzare la statua, imponente nonostante la posizione supina, addormentata in questa dismessa cava di marmo da quasi tre secoli, silenziosa come ogni cosa all'intorno.
Anche oggi, infatti, non tira un alito di vento, almeno nella prima parte della mattinata.
Scendere al paese è quindi faticoso quanto lo è stato salire al Kouros, perché basta muovere un passo per grondare di sudore, tale è la cappa di umidità che avvolge la baia.
Dobbiamo riprenderci: facciamo uno sosta fuori programma al bar sul porto, quello con i divanetti ricolmi di cuscini rosa ed azzurri e con yogurt e frutta fresca, crepes al cioccolato e gli immancabili caffè frappe nel menù scritto in bei caratteri corsivi sul cartellone esposto sul lungo mare.
Sulla via del ritorno verso i kayak, io noto una rete gialla accatastata sul muretto, pronta per essere rammendata da qualche pescatore del posto: tutt'intorno è un cimitero di piccoli esemplari di riccio longispinus. Non faccio a tempo a raccoglierne alcuni che Mauro mi affibbia un nuovo titolo e mi nomina "Capitano alla Perdita di Tempo". Ce ne sono ben 68 in terra, ancora intatti, tra le altre decine che sono state schiacciate da ruote d'auto o da piedi di umani poco accorti: finiscono tutti in un barattolino che conservavo da tempo nel gavone di poppa e che era rimasto troppo a lungo vuoto. Ecco.
Partiamo a mezzogiorno, come previsto dal "Capitano alla Programmazione e ai Trasporti" e quando doppiamo il capo nord di Naxos, sormontato da un nano-faro da dimenticare, incontriamo una corrente superficiale tale da farci filare a quattro nodi non solo oltre il promontorio, ma anche per un altro bel tratto lungo quasi tutto il versante settentrionale dell'isola.
Anche oggi notiamo gorghi e ricircoli su tutti i capi più pronunciati: se ribolle così in un giorno di calma piatta, quando è tutto calmo e caldo, tanto che Mauro non solo non indossa la giacca d'acqua ma continua anche a farsi un'abluzione dietro l'altra, non immaginiamo come possa diventare in una giornata di vento forte, in occasione di una delle famose sfuriate del Meltemi. Chissà quanto lontani avremmo dovuto pagaiare per evitare le lavatrici, chissà quanto al largo saremmo dovuti andare per aggirare le stranezze del mare, chissà quanto impegno avremmo dovuto metterci per superare i ribollimenti dell'acqua sul capo e lungo la costa.
Meno male che oggi è tutto fermo. C'è una foschia così spessa che nasconde l'orizzonte e sembra quasi che qualcuno abbia nascosto le altre isole. Fino a ieri vedevamo ancora il profilo imponente di Amorgos, che seppur lontana ci è rimasta nel cuore, e scorgevamo intorno anche le Piccole Cicladi e alcune delle Isole del Dodecanneso. Oggi invece non si vede niente.
Fortuna che la costa di Naxos è interessante, diversa da quella che abbiamo appena lasciato.
Questa parte dell'isola vanta numerosi promontori che si proiettano in mare, diversi faraglioni su ogni capo, tante curiose formazioni rocciose con stratificazioni nere e marroni ed inserti color crema e ruggine. Ci sono anche tante piccole spiagge di ciottoli, molte irraggiungibili da terra, altre raggiunte da strade cementate che talvolta arrivano a dieci metri dal mare, e talvolta terminano a dieci metri SUL mare, come se qualcuno avesse sbagliato a prendere le misure (magari lo stesso progettista del porto insabbiato di Kalados!).
Questa parte dell'isola è più antropizzata e si intravedono spesso case vacanze, ville con piscine, chiese e monasteri, oltre ad un serie di terrazzamenti di ulivi e di campi coltivati, dove le gole si aprono in vallate larghe e basse.
Facciamo una sosta in una caletta ridossata, ai piedi di una di quelle strade in cemento che qui,come in altri punti, è miseramente franata in mare: c'è una cappella anche sul piccolo promontorio roccioso che ci protegge dal vento, che nel frattempo sta montando. Non troppo, però, dal persuaderci a lavarci i capelli. Volevamo renderci presentabili prima di entrare in città, ma ogni sforzo è inutile: la seconda costante dell'universo ci perseguita anche a Naxos ed i nostri capelli, per quanto lavati e pettinati di fresco, non accennano al minimo miglioramento e restano sempre elettrizzati ed ispidi.
Per giunta, si alza una leggera brezza contraria che solleva ondicelle malevole, alcune talmente alte da minacciare lo shampoo appena fatto.
L'ingresso a Naxos non è granché e dal mare la città non offre il suo profilo migliore: si scorge il Kastro al centro dell'abitato moderno, questo come pochi altri costruito vicino al mare, in barba agli attacchi dei pirati che avevano indotto gli abitanti delle altre isole a costruire le Chora sui monti dell'interno; l'isolino che chiude il porto accoglie i resti rimaneggiati dell'antico tempio di Apollo (stavolta è proprio lui, le guide concordano tutte sul nome e la mappa è chiara sul punto: Apollo Temple!) ma si vede lontano un miglio che è cemento finto-invecchiato e anche se gli scattiamo qualche foto non ci entusiasma affatto; il porto è poi protetto da una diga foranea costruita ad oltre duecento metri dalla banchina, in una maniera che non abbiamo mai visto da nessun'altra parte (devono essere proprio tutti originali, gli ingegneri di quest'isola!). Il lungo mare della città è soffocato da ristoranti e negozi, la spiaggia è gremita di stabilimenti balneari e c'è un gran via vai di traghetti e barche a vela.
Prima di demoralizzarci del tutto, proseguiamo verso la duna che intravediamo più a sud e, sebbene ci sia una laguna retro-dunale, bassi fondali sabbiosi e simboli di centri di wind-surf un po' ovunque sulla carta, alla fine scoviamo l'angolino che fa al caso nostro: una tamerice sulla spiaggia di sabbia chiara e fine, uno spazio sufficiente per i nostri due Voyager ed un piano soffice per la nostra tendina.
Ci attende un tramonto alla Paramount: rosso e giallo e coi raggi del sole che bucano le nuvole.

L'avvicinamento all'isolotto del Tempio di Apollo
Il Tempio di Apollo
La Chora ed il Kastro di Naxos
Rosso di sera...
La seconda volta del telo esterno della tendina
Una giornata a bighellonare per la città di Naxos

Martedì 20 settembre 2016 - 89° giorno di viaggio
Ormos Aghios Georgios - Ormos Aghios Georgios, Naxos (0 Km)
Vento SW 13-19 nodi (F 4-5) - Mare da mosso a poco mosso - Temperatura 25°C
Impariamo a nostre spese che "Rosso di sera" da questa parti non è seguito da un augurale "Bel tempo di spera" ma da un più minaccioso "Ti aspetta una bufera"!
Le nuvole basse che ieri sera lasciavano cadere una pioggia leggera sulle vicine isole di Paros e Mikonos, ricomparse finalmente all'orizzonte quando il vento ha prima spazzato il cielo dalla foschia della giornata e poi l'ha riempito di nuvoloni spessi e scuri, devono avere stazionato a lungo anche sullo stretto tra Paros e Naxos e durante la notte devono aver deciso di venire a rovesciarsi sulla nostra povera tendina.
Montiamo in fretta e furia il telo esterno, per la seconda volta dall'inizio del viaggio, dopo la tempesta perfetta che ci ha sorpreso a fine giugno sull'isola di Kea, nelle Cicladi Occidentali. Sembra una vita fa, un altro viaggio. Ripetiamo la stessa sequenza di allora: Mauro predispone il telo, io litigo coi tiranti, poi lui risolve ogni cosa e dopo i primi goccioloni freddi ripariamo tutti e due al coperto. La tenda è una serra: fa un caldo allucinante e riprendere a dormire alle quattro del mattino è alquanto difficile. Ma non impossibile. E tiriamo le dieci del mattino, tanto in spiaggia non si presenta nessuno finché non si ripresenta il sole, ben oltre mezzogiorno.
Così abbiamo tutto il tempo per dedicarci alle riparazioni dei soliti pezzi dell'attrezzatura che continuano a disfarsi: il mio cappello, che si è sfilacciato in altri due punti, e la sacca stagna del GPS, che fa acqua in altri due punti. Si aggiunge stamattina anche il materassino gonfiabile di Mauro, quello di scorta, che si è sgonfiato proprio dopo il temporale notturno: stavolta si tratta di un buchino microscopico su uno dei tubolari centrali, provocato chissà come e da chissà che cosa. Mauro si mette all'opera, benché sia ancora a stomaco vuoto.
Quando finalmente raggiungiamo la pasticceria che già ieri sera avevamo intravisto in una delle piazzette centrali della città, ordiniamo la solita doppia porzione di dolci, preceduti stamattina, data l'ora tarda, anche da una doppia razione di torte salate, al formaggio e agli spinaci.
Così rianimati, possiamo metterci in cerca di una lavanderia (l'ultimo lavaggio risale a fine luglio, quando eravamo ancora a Milos, e anche se qualcuno tra i nostri amici di kayak insinua che non amiamo lavarci, in realtà vestiti e sacchi a pelo meritano un trattamento di riguardo...). Possiamo poi inoltrarci nei vicoletti della Chora di Naxos: saliamo al Kastro, sbirciamo nei suoi sottoportici, tra le sue scalinatelle e nei suoi giardini minuscoli. Io entro da sola in qualche negozio di prodotti artigianali locali ed in qualche galleria d'arte tra le tante che riempiono la città (insieme alla gioiellerie, mai viste così numerose!). Dopo ancora ci mettiamo alla ricerca della taverna adatta alle nostre esigenze: un tavolino all'aperto e all'ombra, una presa vicina per ricaricare il computer, un cameriere paziente che attenda l'aggiornamento del blog prima di prendere l'ordine.
Tornare ai kayak è facile, basta seguire il lungo mare e poi la passerella in legno che segue tutta la spiaggia a sud della città: possiamo chiedere dell'altro raki e possiamo continuare a discutere delle nuove attività nautico-fantasiose del Consiglio dei Consiglieri!

venerdì 16 settembre 2016

Check-in/OK messaggio dal Tatiyak SPOT Localizzatore SPOT Personal Tracker

Tatiyak SPOT
Latitudine:37.12515
Longitudine:25.81798
Posizione GPS Data/Ora:09/16/2016 17:36:46 CEST

Messaggio:Cicladi Kayak Tour 2016.
Stiamo bene e il viaggio prosegue come programmato...

Fai clic sul seguente collegamento per vedere dove mi trovo.
http://fms.ws/bHEwa/37.12515N/25.81798E

Se il link sopra non funziona , provate questo link:
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Amorgos, amore a prima vista!

Lunedì 5 settembre 2016 - 74° giorno di viaggio
Limani Parianos, Epano Koufonissi - Ormos Mouriama, Keros (16 Km, di cui 5 in traversata)
Vento NW 10-12 nodi (F4) - Mare poco mosso - T 24°C
Ieri sera abbiamo fatto tardi.
Dopo l'aggiornamento del blog ci siamo regalati l'ultimo dolce di mezzanotte, una fetta di salame al cioccolato guarnito con una palla di gelato alla vaniglia, talmente buono che me lo sono sognato anche di notte. Siamo tornati ai kayak quando era ormai iniziato il nuovo giorno.
La mattina siamo ovviamente molto più lenti del solito.
Ci gustiamo i piccoli piaceri di essere in un porto di pescherecci: i pescatori che vanno e vengono e che salutano sempre tutti con cortesia, qualche raro turista che arriva in bicicletta e che saluta con curiosità, la coppia di osti che apre i battenti della vicina taverna e che saluta Mauro con una certa sorpresa. L'uomo di Ferro ha preso l'abitudine di pasteggiare con vino bianco e, da quando gli hanno regalato una bottiglia di vino casareccio nella taverna di Thirasia, se ne va in giro per tutte le taverne delle Cicladi con la stessa bottiglietta di plastica per farsela riempire con le varietà locali di vino bianco.
Smontiamo il campo con tutta calma e con tutta calma lasciamo Epano Koufonissi: quando suonano le due del pomeriggio siamo finalmente pronti per salire in kayak.
Puntiamo diretti su Keros, l'isola più grande delle Piccole Cicladi.
E' una traversata breve, di appena cinque chilometri, ravvivata da qualche frangente nel centro del canale.
Keros è un'isola disabitata, dimenticata, dirupata: vista da nord, ha il profilo di una donna addormentata, distesa su un fianco con le braccia allungate oltre il capo. La testa, il naso e le spalle sono tutti picchi rocciosi che si ergono dalle acque profonde. Il portolano la descrive come brulla, impervia e selvaggia e tutto il versante settentrionale che noi costeggiamo per primo è una sequenza ininterrotta di gole deserte e scogliere verticali. Ci sono solo pochi arbusti radi, qualche vecchio terrazzamento in disuso e rare capre che brucano solitarie. Ci sono un paio di  faraglioni verso il capo nord-orientale, guglie triangolari e spoglie poggiate alla rinfusa in mezzo al mare, e poi alte pareti rocciose che nel sole del primo pomeriggio si tingono di giallo e di arancione. L'acqua è limpida e trasparente, specie quando una serie di scogli tormentati e biancastri digradano verso fondali bassi e sabbiosi, che tingono il contorno dell'isola di un bel turchese vivace. Non ci sono baie o spiagge e l'unico possibile punto di sbarco è al centro del versante meridionale. E' il nostro campo per la notte.
E' il campo 10 e lode su Keros.
Appena tocchiamo terra, dobbiamo spostare i kayak per ben due volte, la prima perché quella che sembrava una rete da pesca abbandonata è invece una capra morta dal folto pelo fulvo, e la seconda perché mentre io provo ad abbozzare un invaso per i Voyager Mauro va in perlustrazione e scova il posto adatto per il campo: i resti di una casupola di pietre della misura interna giusta per la nostra tendina. Subito si mette al lavoro per la bonifica e la messa in sicurezza dei muretti e dopo quasi un'ora di lavoro, mentre io mi perdo nella raccolta di ricci e conchiglie, è tutto pronto per preparare la cena.
C'è un ciuchino che pascola all'interno di un grande recinto, una famigliola di capre che transita sotto il grande ginepro che occupa il centro della radura ed una distesa infinita di fiori dal lungo stelo pieno di piccole margheritine bianche che sbucano da grandi cipollotti selvatici.
Arrivano anche due leprotti, talmente curiosi ed audaci da saltare intorno e sopra e anche dentro i kayak: ceniamo tutti insieme, noi col solito cous-cous al sugo, loro con i miei ultimi semi di zucca e girasole, che sgranocchiano di gusto muovendo di continuo il piccolo codino bianco.

Il campo 10 e lode sull'isola di Keros
Il tappeto di fiori dell'isola di Keros
Le scogliere della costa settentrionale di Keros
La costa occidentale di Keros
La costa meridionale di Keros...

Martedì 6 settembre 2016 - 75° giorno di viaggio
Ormos Mouriama, Keros - Ormos Kalotaritisas, Amorgos (17 Km di traversata, di cui 3 costeggiando il versante nord delle isole gemelle di Drima e Antikeros)
Vento SW 8-10 nodi (F3) - Mare poco mosso - T 24°C
Oggi il cielo è coperto sin dal primo mattino.
Nuvoloni bassi e spessi si addensano sull'isola di Keros ed il sole per la prima volta dall'inizio del viaggio non arriva a scaldare il nostro risveglio.
Lasciamo il campo 10 e lode con la nostra solita calma: Amorgos non è lontana.
Una luce strana, grigia e radente, quasi triste, ci accompagna nella traversata e ci lascia addosso una sensazione particolare, come se fosse ormai finita l'estate. L'autunno incombe, coi suoi colori e odori e umori: tutto è più ovattato e silenzioso, come intorpidito. Noi compresi, visto che l'umidità della notte è scesa a secchiate. Ma si vede che da queste parti questa è la regola: quando non c'è vento, c'è umido da lavare via ogni cosa, anche il calore delle ultime giornate di sole. Dovremo farci l'abitudine. Del resto, entrare nella nuova stagione è una delle piccole sfide di questo lungo viaggio alle Isole Cicladi, testare la nostra capacità di adattarci al succedersi dei mesi estivi ed autunnali.
La traversata su Amorgos, comunque, ci riserva una bella novità: le due isole gemelle di Drima e Antikeros sono adagiate in mare aperto a poco meno di quattro chilometri da Keros e costituiscono un richiamo allettante. Costeggiamo il versante settentrionale, riservandoci di visitare quello meridionale una volta che saremo rientrati da Amorgos, visto che Keros è una tappa obbligata per proseguire verso Naxos.
L'intermezzo delle due isole costituisce un piacevole diversivo, sia perché spezza la traversata e sia perché la piccola baia caraibica che si apre nello stretto ci regala delle belle emozioni: il sole fa capolino tra le nuvole e per qualche minuto illumina di colori brillanti il mare all'intorno, coi bassi fondali che si tingono di turchese e l'acqua cristallina che prende a tremolare d'argento. Piccoli particolari che contribuiscono a rendere il prosieguo della traversata meno uggioso.
Il sole scompare appena ci allontaniamo da Antikeros, come se volesse lasciarci navigare nel grigiore più totale fino ad Amorgos. E così è. Traversta grigia e mesta, con una leggera brezza contraria che rallenta la nostra andatura ed rabbuia il nostro umore.
Ma Amorgos è vicina.
Tutti ce ne hanno parlato benissimo, da Nico e Roberta, che sono tornati per anni a trascorrere le vacanze estive su quest'isola particolare, ai ragazzi torinesi conosciuti ad Iraklia, che sono rimasti ammaliati dal suo fascino particolare, ai tanti altri turisti incontrati lungo la via, che avevano già avuto la fortuna di fare tappa sulla più orientale delle Cicladi meridionali.
Temiamo quasi di rimanere delusi, perché spesso capita così: talmente alta è l'aspettativa che la delusione non tarda ad arrivare, come tante altre volte nella vita di tutti i giorni o come spesso accade con le persone...
Invece Amorgos è speciale. Ed è amore a prima vista!
L'isolino di Krambousa si avvicina veloce (anzi, noi ci avviciniamo veloci!) e ancor più veloce è il nostro ingresso nella splendida cala di Kalotaritisas, incassata ad uncino dietro un basso promontorio che ospita un porticciolo di piccoli gozzi locali. Ci sono tre barche a vela in rada, una fila di ombrelloni di paglia ed una kantina sulla spiaggia a mezza luna.
E' il campo 10 e lode su Amorgos, un biglietto da visita perfetto per l'isola.
A rendere ancor più perfetta la serata, oltre alla tranquillità che avvolge la baia non appena se ne vanno gli ultimi bagnanti, è la cena alla kantina all'altra estremità della spiaggia: mangiamo con i piedi nudi infilati nella sabbia bianca e fine, come sognavamo da tempo di poter fare, seduti ad un tavolo ricavato dal rocchetto di legno per i cavi elettrici (di quelli che mi piacciono tantissimo e che vorrei avere sulla terrazza), assaporando tutti i piatti che arrivano in stretta sequenza e che ricoprono la tavola, riempiono le pance ed allietano lo spirito.
La notte è stellata e secca, senza neanche il più timido accenno di brezza ed il più lieve suono di risacca. Tutto è immoto, come sospeso nel tempo.

I faraglioni di Keros
Lo stretto tra Drima e Antikeros
L'estremità meridionale dell'isolino di Krambousa
La cena alla Kantina di Kalotaritisas, il campo 10 e lode di Amorgos

Mercoledì 7 settembre 2016 - 76° giorno di viaggio
Ormos Kalotaritisas - Monastiri Chozoviotisa, Amorgos (23 km)
Vento SE 8-9 nodi (F3) - Mare calmo - T 25°C
Mi sveglio all'alba, ben prima di Mauro, e ho tutto il tempo di raccogliere micro-conchigliette per oltre un'ora mentre sorge il sole dietro le alte montagne di Amorgos.
Torniamo alla kantina per fare colazione comodamente seduti al "nostro" rocchetto e facciamo una piacevole chiacchierata con i due velisti svizzeri che pure sono sbarcati di buon'ora. Non lo sappiamo ancora ma li rivedremo ancora, e sarà uno degli incontri più interessanti ed emozionanti di tutto il viaggio, perché ci regaleranno una delle immagini più belle del giro!
Oggi le tappe sono obbligate, perché il versante meridionale di Amorgos che scegliamo di costeggiare per primo, navigando intorno all'isola in senso antiorario, non offre molti punti di sbarco e possiamo scegliere di fare la sosta per il pranzo solo su due spiagge tra loro vicine, Ammoudi e Mourou, entrambe molto belle e con ciottoli levigati bianchi, grigi e neri che subito si infuocano al sole, tanto che la pausa diventa davvero molto breve.
La costa sud di Amorgos è rocciosa ed impervia, con scogliere alte e dirupate che scendono a picco sul mare e che si innalzano sempre più man mano che si procede verso l'estremità orientale dell'isola. Per oltre venti chilometri non ci sono altro che picchi rocciosi alti dai 100 agli oltre 500 metri: né una strada, che corre interna lungo la vallata che serpeggia al centro dell'isola, né una casa, salvo quella bianca accanto all'unica taverna strategicamente costruita sulla spiaggia di Mourou (ma troppo in alto per le nostre povere stanche membra!), né una pianta, eccezion fatta per qualche basso arbusto abbarbicato alle pareti scoscese.
All'apparenza sembra un'isola brulla ed inospitale, una lunga cresta montuosa di oltre quaranta chilometri, dentellata di gole pronunciate ed inaccessibili, una serie quasi monotona di rocce nude e bruciate dal sole, che non offrono alcun ridosso o riparo. Il portolano è chiaro e quasi minaccioso sul punto: le spettacolari scogliere di Amorgos sono tristemente famose sin dall'antichità perché il Meltemi viene accelerato dalle ripide pendici delle montagne e spazza la costa con violentissime raffiche che hanno provocato molti naufragi. Giacon, l'autore di un manuale di vela che abbiamo consultato prima di partire, arriva addirittura a consigliare di navigare soltanto lungo la costa nord oppure ad oltre cinque miglia nautiche dalla costa sud!
In realtà, Amorgos è un'isola speciale ed attraente, per chi ama questo tipo di paesaggio selvaggio e brutale, un'isola ricca di contrasti ed armonia al tempo stesso, per chi sa apprezzare questa strana combinazione di bellezze naturali, un'isola piena di magia ed avvolta in un'atmosfera di tranquillità, dove rilassarsi diventa facile ed immediato.
Noi ci riusciamo all'istante, tanto che prendiamo il mare soltanto all'ora di pranzo.
Provo a pescare, ma abbocca solo un'orata, sufficiente comunque ad insaporire il nostro cous-cous serale. Quando calo ancora la lenza, sono ancora meno fortunata perché una prima volta viene tranciata di netto da un bell'esemplare di barracuda che vedo chiaramente nuotare sotto  un raggio di sole che penetra sotto il mio kayak, ed una seconda volta finisce in pasto ad un branco di grossi pesci che sta banchettando sul pelo dell'acqua, tanto da farla andare in ebollizione con un rumore di vetri rotti. Mi ci infilo di proposito, perché non ho mai assistito ad uno spettacolo del genere e pazienza per il rapala andato perduto, ma l'emozione di farsi pesce tra i pesci è impagabile.
Un'altra grande emozione è quella di arrivare al tramonto sotto il Monastero di Chozoviotisa.
E' una costruzione del tutto particolare, di origine medioevale e rimaneggiata nei secoli successivi, costruita a 300 metri sul livello del mare e ad altrettanti dalla sommità del Monte Prophetis Elias, la scogliera verticale sulla quale è incastonata come un nido d'aquila. Arroccato su quello sperone roccioso a strapiombo sul mare, l'intero edificio consiste di un unico muro di quaranta metri di lunghezza e di cinque metri di profondità, otto piani che per la particolare tecnica costruttiva utilizzata non corrispondo gli uni agli altri, una serie di celle per i monaci, di corti interne e di una chiesa sulla sommità. Le tante finestrelle ricavate nella parete strapiombante ed imbiancata a calce sono tutte irregolari, sia per la posizione che per la dimensione, e donano un senso di approssimazione che bene si sposa con l'alone di spiritualità che aleggia sul monastero più famoso delle Isole Cicladi.
La vista dal mare e dal kayak è davvero straordinaria e per qualche lungo istante restiamo incantati col naso all'insù.
Superiamo le due calette che si aprono tra gli scogli ai piedi di un'altra piccola e meno famosa cappella, quella di Agia Ana, costruita a pochi metri sul mare: sono ancora piene di bagnanti che a colpo d'occhio non sembrano avere nessuna intenzione di andare via, nonostante l'ora tarda. Non c'è spazio per tutti, loro, noi ed i nostri kayak, così proseguiamo per qualche altro centinaio di metri e scoviamo una caletta non segnata sulla carta, con una piccola spiaggia di ciottoli bianchi, inaccessibile da terra ed esattamente ai piedi del Monastero di Chozoviotisa. Non c'è molto spazio per montare la tenda e c'è una frana recente che occupa parte della spiaggia, e che probabilmente ha reso inagibile anche il sentiero che un tempo scendeva al mare dal vicino parcheggio, dal quale in quindici minuti, come dice la guida turistica, si sale al monastero (che avremmo visitato pure volentieri, se fosse stato in qualche modo raggiungibile). Normalmente non avremmo mai scelto una sistemazione tanto angusta per la notte, ma la costa meridionale di Amorgos offre così pochi punti di sbarco che la scelta diventa obbligata.
C'è anche un lato positivo, come sempre, in ogni cosa.
La vista dal basso delle luci che si accendono e ravvivano il monastero al calar della sera è indimenticabile, come quelle che brillano in mare quando scende l'oscurità: la bioluminescenza illumina i gentili frangenti che raggiungono la riva e che accarezzano gli scogli prospicienti la nostra spiaggetta, con un'intermittenza che segue il ritmo irregolare delle onde del mare e che ci sorprende ed emoziona ogni volta di più...

L'alba sul primo campo di Amorgos
Le acque cristalline di Amorgos
Le scogliere del versante occidentale di Amorgos
L'iguana di roccia...

Giovedì 8 settembre 2016 - 77° giorno di viaggio
Monastiri Chozoviotisa - Ormos Meghali Vlichada, Amorgos (30 Km)
Vento NE 9-10 nodi (F3) - Mare calmo e poco mosso - T 26°C
Se ieri sera è calata un poco di umidità ad impregnare la tenda, stamattina l'afa è tale che sudiamo sette camicie per smontare il campo e prima ancora di fare colazione, cosa più unica che rara, ci dobbiamo tuffare in mare per un bagno refrigerante. Forse l'autunno non è ancora arrivato e siamo ancora in piena estate, almeno qui ad Amorgos!
Oggi riusciamo a battere anche un altro record, quello della partenza mattutina: alle 10.30 siamo già in kayak, molto prima del solito perché anche la tappa odierna è lunga e le soste sono obbligate.
Capiamo che Giacon non aveva tutti i torti nel consigliare la navigazione a cinque miglia dalla costa: le raffiche che scendono dalle gole sono molto tese e rafforzano man mano che il sole si alza in cielo. Anche le scogliere si alzano in maniera vertiginosa ed in alcuni punti raggiungono la ragguardevole altezza di quasi 600 metri, come le vette che sovrastano la pronunciata baia di Sparti, nei pressi della quale scoviamo una caletta di ciottoli bianchi e neri talmente piccola e talmente ridossata che ci invita a sbarcare sia per un pranzetto veloce che per un altrettanto veloce shampoo. Il secondo ci offre l'occasione di constatare che anche su Amorgos ci perseguita la seconda costante dell'universo ed i capelli continuano ad essere intricati ed indomabili, forse anche perché il nuovo balsamo che abbiamo comprato, in un curioso contenitore rosa shocking, sarà pure per capelli crespi ma sui nostri non ha sortito alcun effetto apprezzabile!
Friggiamo dal caldo e riprendiamo subito a pagaiare. Con tecniche di navigazione diverse: Mauro si rifugia a pochi metri dalla costa, sotto le scogliere strapiombanti, al riparo da ogni possibile folata, io invece che insisto a pescare, peraltro senza successo, mi lascio trasportare dal vento verso il largo, così per qualche tempo devo contrastare le raffiche ma poi posso sfruttarle per farmi "sputare fuori" dalle baie. Avanziamo così a singhiozzo per vari chilometri, incrociando sulla nostra rotta soltanto i falchi che nidificano sulle scogliere e che planano di continuo intorno ai nostri kayak. Poi anche il vento cala ed il mare diventa una tavola blu. E ci sentiamo piccoli piccoli sotto le scogliere alte alte di Amorgos.
Il capo sud-orientale dell'isola si scorge da tempo ma è ancora molto lontano.
La costa è sempre alta, scoscesa, brulla, rocciosa, deserta. Continuano a non vedersi né case, né strade, né chiese: scorgiamo solo i resti di una vecchia cava di estrazione nei pressi dell'ansa di Fragou Limenari, ai piedi di monti ancora più impervi e più alti (la carta riporta la cifra netta di 823 metri, la vetta più alta di Amorgos!). Ci sono soltanto alcune casette in pietra locale, qualche struttura ormai arrugginita ed un molo dismesso che incide la costa come unico manufatto artificiale, squadrato e logorato dal tempo.
Un tempo che non sembra passare mai, visto che il capo è ancora laggiù, all'apparenza irraggiungibile. Lo vediamo da lontano e lontano rimane. Sempre. Non si avvicina mai. Mai più.
Poi accade qualcosa di strano, una di quelle cose curiose che capitano soltanto in kayak: il tempo che s'era dilatato nell'attesa di raggiungere il capo irraggiungibile, si contrae all'improvviso, il vento sparisce ed in un attimo siamo sul capo! L'abbiamo raggiunto, finalmente! E non solo: lo doppiamo in derapata! Forse per le correnti che sempre giocano intorno ai capi o forse per il forte vento che sempre ci accompagna in questa lunga giornata o forse ancora per la grande virata a cui ci costringe questo capo del tutto speciale, da Est a Nord-Ovest, ben 135 gradi bussola. Per un motivo o per un altro, superiamo in un baleno questo capo che, forse per la sua natura bizzarra e misteriosa, ha collezionato ben tre nomi diversi, tutti peraltro belli ed intriganti: Akrotiri Xòdoto o Pràsino o Gròukela.
Ma succede anche qualche altra cosa: passiamo in un baleno dall'estate all'inverno!
Di là dal capo era estate piena, con il sole caldo del tardo pomeriggio, la luce dorata ad illuminare la costa, la brezza gentile che appena increspava il mare; di qua del capo è invece inverno inoltrato, con il sole che scompare dietro le montagne, la luce che si spegne in una foschia grigia e buia, il vento freddo che riprende a soffiare con forza in direzione contraria. Sembra di essere entrati in un'altra dimensione. Ed è così per altri otto chilometri, otto lunghi chilometri contro vento. Ad un certo punto, scorgo lungo la costa delle scogliere alte, altissime, alte anche più delle altre: sono tutte glassate, con uno strato di zucchero che le avvolge dalla cima fino a mezza costa. Capisco di avere fame. Avvicino Mauro e con fare seducente lo convinco a sacrificare le due barrette che conserva gelosamente da chissà quanti giorni: "Quando arriviamo a quella punta triangolare laggiù". Mi tocca in sorte quella al cioccolato: sono proprio una donna fortunata!
Carichi di nuove energie, raggiungiamo facilmente il secondo capo della costa orientale di Amorgos e, come per magia, ritorna l'estate. La costa si abbassa quel poco da far posto all'ultimo sole della giornata e solo quando entriamo nella bellissima baia che ci ospita per la notte l'ombra della sera ci segue fino a riva.
E' una cala ampia e profonda, con una grande spiaggia ai piedi di una grande gola: è esposta a nord-ovest quindi, come spesso accade sulle isole dell'Egeo, raccoglie tutti i rifiuti che l'uomo ha gettato in mare e che il mare rigetta a terra. E' una spiaggia sporca, a prima vista, ma per me è una spiaggia ricca di tesori: inizio subito a "grufolare", come dice Mauro quando mi cimento in questa che è una delle mie attività preferite quando siamo in campeggio nautico, ed in poco più di mezz'ora scovo tra i vari reperti moderni in plastica e catrame una discreta collezione di palette, rastrelli e formine colorate, oltre ad una decina di galleggianti di tutte le dimensioni e ad una folta schiera di ricci verdi e rossi. Non potrei essere più soddisfatta! Mauro mi richiama all'ordine: montiamo la tenda per la prima volta con l'ingresso rivolto verso la vallata interna perché dal mare continua a soffiare imperterrito il nostro amico Meltemi e cuciniamo ancora prima che faccia buio, senza bisogno di accendere le luci frontali. Si accendono le nostre stelle preferite proprio mentre ci diciamo buonanotte.

Il campo ai piedi del Monastero di Chozoviotisa
La foto scattata dal Monastero che ci hanno regalato Christine e Rodolfo
Trasparenze
Il capo nord-orientale di Amorgos, quello su cui è tornata è l'estate...

Venerdì 9 settembre 2016 - 78° giorno di viaggio
Ormos Meghali Vlichada - Ormos Egialis, Amorgos (9 Km)
Vento NW 8-9 nodi (F3) - Mare calmo - T 26°C
Il risveglio è lentissimo. La mattina è nuvolosa.
Il cielo resta coperto fino all'imbarco.
Poi però il sole viene a salutaci nel momento sempre un po' speciale in cui prendiamo il mare.
Ci attendono altre scogliere glassate. Per un tratto breve, stavolta. Fino al capo che protegge la baia di Egialis, uno dei due porti turistici di Amorgos. Appena due ore di pagaiata verso sud. In favore di vento, una volta tanto.
La baia del porto è molto bella, con delle piccole spiagge di sabbia fine sul lato nord e con una lunga fila di tamerici che proiettano un'ombra corposa sulla lingua di sabbia bianca e fine. Prima ancora di sbarcare incrociamo il piccolo catamarano rosso dei due veliti svizzeri che già avevamo incontrato a Kalotaritisas, la prima baia in cui avevamo fatto campo su Amorgos. Ci salutano con entusiasmo e ci invitano a bordo per una birra. Mi piacerebbe tantissimo accettare perché sono molto curiosa di capire come si vive su un piccolo catamarano con pozzetto centrale, ma dobbiamo purtroppo reclinare l'invito perché, anche se l'acqua del porto è così limpida da invitare a farsi una nuotata, io ho un problema: soffro il mal di mare. Su qualunque altra imbarcazione che non sia il mio kayak, dal gommone al traghetto, io inizio a soffrire di mal di mare nel preciso istante in cui metto piede a bordo. Con buona pace della birra per Mauro e della mia curiosità, che rimarrà insoddisfatta chissà ancora per quanto tempo...
Siamo affamati, anche se abbiamo pagaiato poco. Siamo sempre affamati, in questo viaggio, per dire la verità: io più di Mauro, e quando ordiniamo da mangiare il cameriere di turno ci guarda con sospetto, come se aspettassimo altri amici, perché io chiedo sempre piatti per tre e poi mangio per quattro, così alla fine paghiamo per cinque, anche se i prezzi sono talmente contenuti che in confronto all'Italia spendiamo per uno soltanto!
Scegliamo il ristorantino al centro del porto di Egialis, affacciato sul molo che accoglie appena qualche barca a vela ed un traghetto che attracca all'esterno. Abbiamo perso l'autobus delle 13 ed attendiamo quelle delle 17: vogliamo andare a visitare il paesino di Lagada, che i ragazzi torinesi incontrati ad Iraklia ci avevano raccomandato di non perdere. Il viaggio in autobus è breve, appena tre chilometri di tornati in salita, ed il giro per i vicoli del piccolo centro è molto piacevole: anche se l'architettura non è quella cicladica, sono tipicamente greche le decorazioni delle scalinate che serpeggiano tra i giardini interni, le bouganville in fiore che abbelliscono le arcate, i gatti che sonnecchiano tra i vasi di basilico, i tavolini dipinti a pastello che occupano le piazzette ed i pochi turisti che si confondono con gli abitanti locali e tutti insieme sorseggiano raki, giocano a backgammon e salutano sempre con un sonoro "Yassas".
Ci sediamo anche noi in un angolino riparato dal vento, ordiniamo qualcosa da bere e chiediamo se c'è un dolce: arriva una fetta di torta, una specie di biscotto farcito di gelato al cioccolato, che ci tiene occupati fino all'autobus delle 21 che ritorna al porto.
C'è un cartello di divieto di campeggio proprio sul lungo mare, ma le luci della stradina pedonale che corre tra le case e la spiaggia sono tutte molto fioche e per una fortunata coincidenza quelle più vicine ai nostri kayak sono addirittura fulminate. La tamerice più grande spande intorno ai Voyager un'ombra sufficiente per montare la tenda passando del tutto inosservati.
E anche per questa notte abbiamo una casa.

Una porta aperta sul Mar Egeo
Il nostro ingenuo messaggio quando lasciamo soli i kayak...
Una foto in coppia che ci scatta una simpatica turista al porto di Egialis
La straordinaria baia dell'isola di Nikourià

Sabato 10 settembre 2016 - 79° giorno di viaggio
Ormos Egialis - Katapola, Amorgos (20 Km)
Vento W 8-10 nodi (F3) - Mare poco mosso - T 26°C
Iniziamo il nuovo giorno con una piacevole e lunga chiacchierata con Christine e Rodolfo, i due velisti svizzeri che scendono a terra e vengono a salutarci prima di fare rotta verso Donousa: oggi soffia un vento per loro favorevole e per noi contrario. Ci fanno un regalo fuori dal comune, che noi apprezziamo sopra ogni cosa: una bella foto di noi due in kayak, scattata dall'alto del Monastero di Chozoviotisa. Ce la mostrano sulla fotocamera e ce la mandano via mail con un messaggio emozionante: "Ecco il momento in cui abbiamo veramente sentito che avventura speciale voi state vivendo!"
Finalmente due velisti che veleggiano: guardiamo a lungo la vela spiegata della loro bella Janix che si allontana in mare aperto mentre noi proseguiamo lungo la costa di Amorgos.
Oggi ci attende la splendida baia dell'isola di Nikourià, una delle varie isole satelliti di Amorgos, quella più vicina alla costa e quella senza dubbio più attraente: le sue scogliere di rocce bianche e dilavate dall'acqua e dal vento digradano in maniera morbida e regolare in una cala ampia e ridossata dai fondali bassi e sabbiosi. L'acqua si tinge di tutte le possibili gradazioni di blu, una tavolozza perfetta che neanche un pittore tra i più esperti saprebbe riprodurre in maniera così particolare, passando con sapienza da una tonalità all'altra intanto che il mare sfuma dal blu intenso delle sue acque più profonde al bianco trasparente delle sue rive più chiare. La sosta per il pranzo non poteva essere in un luogo migliore.
La costa settentrionale di Amorgos prosegue poi tra colline basse e brulle che scendono dolcemente verso il mare e verso spiagge incastonate al fondo di piccoli fiordi che incidono questo versante dell'isola, così diverso dall'altro, perché è tutto più basso e più armonico, ma anche così simile, perché tutto è sempre disabitato e selvaggio. La strada corre all'interno e si intravedono soltanto alcune delle antiche torri di avvistamento in pietra, quelle che comunicavano mediante segnali di fuoco con le isole di Ios e Naxos.
Pagaiamo per tutto il pomeriggio nel riverbero del sole sul mare. In altre circostanze sarebbe stato fastidioso, ma oggi c'è qualcosa di diverso nell'aria ed è addirittura piacevole: è un ventaglio di scaglie d'argento che si allarga dalla prua del kayak fino all'orizzonte lontano. E' un ventaglio che rinfresca: la brezza tesa che spira in direzione contraria alla nostra rotta rende la navigazione forse un po' più lenta ma certamente molto meno afosa di ieri. E un po' più autunnale.
E poi c'è questa onda piccola e corta che ci contrasta ma che è un piacere pagaiare, perché ci invita a procedere in sincrono col mare, infilando la pagaia sulla cresta per sfruttarne l'energia, anche a costo di procedere con ritmo sincopato perché non tutte le onde arrivano con lo stesso tempo e a volte serve cambiare un po' il ritmo per poter mantenere la giusta cadenza con l'acqua che sale e che scende.
Non parliamo quasi mai tra noi, per non interrompere il nostro dialogo col mare. Non guardiamo quasi mai la costa, per non smettere di guardare l'acqua che fluisce intorno ai kayak. Non pensiamo quasi a nient'altro se non al piacere che ci trasmette questo ballo speciale che balliamo col mare. E' come respirare il respiro del mare!
Poi appare il terzo faro di Amorgos, ricostruito accanto alla vecchia casa in pietra ormai abbandonata, e ci rovina tutta l'armonia. Ecco, se l'isola ci ha conquistati, i suoi fari invece ci hanno deluso: benché posti su punti cospicui e all'altezza ragguardevole di 46, 76 e 95 metri sul livello del mare, sono tutti e tre appollaiati su dei massi anonimi che si confondono col resto della costa, tutti e tre hanno dei piccoli tralicci metallici verniciati di bianco con una lucina poco più grande di quella del mio comodino e tutti e tre sono dotati di pannelli solari che sormontano l'anonima struttura e contribuiscono a togliere ogni romanticismo all'idea stessa di faro... Ma questo è il progresso.
Entriamo nel golfo di Katapola proprio mentre arriva il solito catamarano veloce. Ci sono tre belle spiagge ombreggiate, che ospitano ognuna un piccolo campeggio libero organizzato, due piccole chiesette bianche ma senza la classica cupola blu, che spiccano sulle scogliere basse proprio a due passi dal mare, ed un cimitero minuscolo e terrazzato che ospita diverse croci ortodosse tra i radi cipressi un po' stinti.
L'idea iniziale era quella di dedicare un giorno intero, domani, alla visita della Chora e del Monastero. Il programma di viaggio, come spesso succede, è invece destinato ad essere modificato: il "Consigliere alla Navigazione", infatti, dopo l'ennesimo controllo delle previsioni meteorologiche, che annunciano l'arrivo del Meltemi con un giorno di anticipo, suggerisce di traversare su Keros un giorno prima del previsto. Lasciare Amorgos è davvero difficile, specie ora che mi ero affezionata all'idea di passare un'intera giornata ad esplorare l'interno dell'isola. Come "Consigliere Aggiunto alla Cambusa", allora, provo a strappare un compromesso onorevole: rinunciamo alla visita al Monastero ma non a quella della Chora. L'accordo viene raggiunto dopo una brevissima contrattazione. Prendiamo l'autobus delle 19 e andiamo a cena in uno dei ristorantini che impreziosiscono i vicoletti del centro storico, quelli che salgono irregolari verso la cresta della montagna su cui sono raggruppati ben otto mulini a vento, alcuni ancora perfettamente funzionanti, tutti inseriti nelle classiche cartoline ricordo di Amorgos. Lasciamo la Chora con l'ultimo autobus, quando si sono accese le poche lucine del paese, e scendere di notte tutti quei tornanti senza parapetto è spaventoso quanto era stato salire quelli per la Chora di Serifos. Ma è anche elettrizzante guardare dall'alto il porto illuminato, cambiare prospettiva ad ogni curva e scendere pian piano verso il mare.
E a due passi dal mare stasera dobbiamo montare la tenda perché lo spazio è davvero ridotto, chiuso tra una tamerice piangente ed il muro di contenimento della strada costiera. Dopo aver trascorso così tante serate in luoghi frequentati dalle capre siamo arrivati a non far più caso al loro passaggio, ma trascorrere una notte tra decine di oche, volpoche ed oche canadesi ci fa sentire subito la differenza.

Pieghe nella roccia della costa settentrionale di Amorgos
Antico e moderno faro del golfo di Katapola a confronto
I mulini della Chora di Amorgos al tramonto
Navigando verso sud
Le morbide colline del versante nord-occidentale di Amorgos

Domenica 11 settembre 2016 - 80° giorno di viaggio
Katapola, Amorgos - Ormos Mouriama, Keros (31 Km di cui 17 di traversata)
Vento NW 8-9 nodi (F3) - Mare poco mosso - T 26° C
Ci sveglia l'omino della pulizia della spiaggia: deve passare col trattorino cingolato per raccogliere la posidonia e setacciare la sabbia. Siccome abbiamo montato la tenda sull'unica lingua di sabbia su cui può transitare, se non ci sbrighiamo a spostare tutto, kayak compresi, lui non può iniziare a lavorare. Di domenica mattina!
Un po' tramortiti dal pungente odore di gasolio, che si somma a quello ancor più intenso dell'orda di oche che razzolano intorno ai kayak, diamo seguito al programma di viaggio che ieri hanno concordato il "Consigliere alla Navigazione" ed il "Consigliere Aggiunto alla Cambusa": una ricca prima colazione al caffè del porto, quello dal nome invitante di "Meli e Cannella", dalle vetrine ricolme di torte e dalla sala interna piena di biscotti, dolci e prelibatezze varie. Impieghiamo un po' più di tempo, stamattina, per raggiungere un accordo: alla fine, visto che non sappiamo scegliere, arriviamo ad ordinare quattro porzioni di torte diverse, all'arancia, al miele, alla crema e al cioccolato, accompagnate dal solito caffè frappè glikò me gala, il caffè greco shakerato e zuccherato di cui andiamo ghiotti. E' un concentrato glicemico perfetto per la pagaiata che ci aspetta, prima lungo l'ultimo tratto della costa di Amorgos e poi in traversata verso Keros.
Pagaiamo un po' rattristati all'idea di dover salutare Amorgos.
Fortuna che il paesaggio ci tiene impegnati: passiamo prima la bella chiesetta di Kastriani, costruita su uno sperone roccioso grigio e levigato che sembra quasi il dorso di un armadillo, poi altre colline brulle che digradano dolcemente verso il mare, poi un'altra piccola isoletta con una chiesetta al centro ed un sentiero a zig-zag segnalato da tre piccoli dromi bianchi, poi ancora una curiosa baia a tridente con calette isolate dove, come ieri, varrebbe la pena di fermarsi per un'intera settimana e poi anche un profondo fiordo che incide la costa prima dell'ultimo capo pronunciato dell'isola.
Puntiamo infine verso la baia di Livadi, quella del famoso relitto di Amorgos: è lo scafo arrugginito ed arenato di una vecchia nave da carico a vapore, ripreso anche nel film di Luc Besson "Le Grand Bleu". E' tanto grande ed incombente, quando lo avviciniamo in kayak, da risultare affascinante ed inquietante al tempo stesso e quando Mauro legge il nome inciso sulla poppa capiamo subito il motivo della sua fine ingloriosa: Inland.
Passiamo anche dinanzi alla prima cala su cui siamo sbarcati non appena arrivati ad Amorgos e chiudiamo così perfettamente il periplo dell'isola.
Facciamo poi una breve sosta tecnica per sgranocchiare una barretta sulla piccola isola vicina di Krombousa e quando scoccano le tre del pomeriggio iniziamo la traversata di ritorno verso Keros. E' una traversata tranquilla, con un mare piatto come una tavola. L'unica nota di colore è una nauseante chiazza di gasolio che disegna l'arcobaleno sulla strana onda lunga che arriva da sud-ovest, increspata dalla brezza che invece arriva da nord-ovest, secondo quelle regole misteriose che a volte stravolgono le previsioni meteorologiche. Fossero tutte così, le prossime traversate: sembra quasi che abbiamo fatto l'abbonamento alla navigazione in mare aperto a cinque chilometri orari. Inoltre, ci concediamo ancora il piacevole intermezzo delle due isole gemelle di Antikeros e Drima, che stavolta costeggiamo lungo il versante meridionale, così da completarne il periplo, prima di puntare sul nostro campo 10 e lode di Keros.
Su Keros è tutto al suo posto, come l'abbiamo lasciato, persino i sassi usati come invaso per i kayak. Manca solo il ciuchino, ma tornano a trovarci sia la famigliola di capre che il leprotto dal codino bianco, stavolta talmente impudente da arrivare persino a rosicchiare il nostro unico preziosissimo cucchiaio in legno della cucina da campo.

Il relitto dell'Inland
Selfie con relitto
Ferro in diverso stato di conservazione
La breve sosta sull'isoletta di Krambousa prima della traversata su Keros  

Lunedì 12 settembre 2016 - 81° giorno di viaggio
Ormos Mouriama, Keros - Ormos Kalados, Naxos (20 Km di traversata)
Vento NW 11-13 nodi (F4) in aumento dalle 15 - Mare poco mosso - T 25°C
Oggi ci dedichiamo ad un'attività diventata per noi quasi ordinaria: l'accanimento terapeutico.
Stamattina è la volta sia dei cuscini, che si sgonfiano ogni notte di più e che devono avere una serie di buchi invisibili, che del mio cappello da navigazione, che si è strappato in più punti perchè la stoffa ormai è talmente lisa da sfogliarsi anche solo a guardarla. Mauro mi suggerisce di usare il nastro adesivo al rovescio prima di dare un rammendo, poi lui finisce il lavoro con una mano di colla neoprene: la colla è nera e sul cappello bianco sembra quasi un disegno decorativo. Appena finito il lavoro, calzo il cappello "resuscitato" e sento che si strappa anche dietro... credo proprio che non arriverà alla fine del viaggio, al massimo finirà la stagione estiva: poco male, visto che ho appena trovato su una delle spiagge deserte di Amorgos un cappello in cotone pesante con il laccio in cuoio che si presterà benissimo per la stagione autunnale entrante.
Questa seconda sosta su Keros è diversa dalla prima per il grande caldo che ci attanaglia sin dal risveglio: c'è un'afa asfissiante e carica di umidità che avvolge l'intera baia, un sole cocente che accende di mille colori i fondali, un caldo tale che in poche ore consumiamo due litri d'acqua a testa. Non tira un alito di vento ma arriva a motore un veliero a due alberi, che getta l'ancora al centro della cala e tira subito non una ma addirittura due cime a terra, chiudendoci dentro e sbarrandoci la strada... Ma dico io, non avevamo stabilito che l'ancoraggio a terra andrebbe rigorosamente vietato?!?
In qualche modo riusciamo ad uscire, Mauro passando vicino alla fiancata ed io pagaiando a fatica sopra una delle due cime. Gli occupanti sembrano (far finta di!) non accorgersi di nulla.
Fortuna che ci ritroviamo subito in mare aperto, tra una manciata di scogli che circondano il capo sud-occidentale di Keros, il più piccolo e più lontano di tutti con un nano-faro sulla sua sommità. Sapevamo che saremmo tornati su Keros, tappa obbligata per la traversata verso Naxos: è bello tornare sui propri passi, visitare isole già visitate, esplorare luoghi già esplorati, riconoscere spiagge già conosciute. E' un po' come ritrovare la via di casa, infonde un senso di sicurezza perché si sa dove andare, cosa fare, come muoversi. E Keros ci fa sentire a casa, tanto la sua costa è diventata per noi familiare.
In più, il Meltemi s'è svegliato presto e avvolge l'isola con raffiche ripetute che scendono all'impazzata lungo le sue vallate disabitate già dal primo mattino. E' un fedele compagno di viaggio, questo vento fresco che non si fa mai attendere più di una settimana. Ci regala persino 100 metri gratis quando superiamo l'ultima cala ed il vento soffia deciso alle nostre spalle. Ci avviciniamo al capo dal quale avevamo iniziato il periplo di Keros ormai più di una settimana addietro, facciamo ciao ciao con la manina e chiudiamo idealmente anche il periplo della maggiore delle Piccole Cicladi.
Possiamo ora traversare su Kato Koufonissi. Il Meltemi ci aspetta al varco.
Il Piano A del "Consigliere alla Navigazione" prevedeva di traversare verso nord, risalendo contro vento per fare una sosta intermedia su Epano Koufonisi prima di raggiungere il capo più vicino sull'isola di Naxos. Il Piano B, invece, prevede di traversare verso ovest, sfruttando il vento al traverso per toccare prima l'estremità meridionale di Kato Koufonisi e poi la punta sud di Naxos, un po' più lontana ma con una traversata più "facile". Prevale il Piano B: vento al traverso Forza 4 per i cinque chilometri che separano Keros da Kato Koufonissi. Dobbiamo calibrare la deriva, controllare la rotta e prendere secchiate d'acqua. Per il resto, tutto fattibile: le onde sono basse e regolari, perché il Meltemi prima spiana e poi ingrossa il mare.
La sosta sulla piccola baia della costa meridionale di Kato Koufonissi è molto breve, giusto il tempo di scartare e ingoiare una barretta.
La seconda traversata da Kato Koufonissi a Naxos è tutt'altra cosa: è di appena dieci chilometri ma è anche una delle più strane che ci siano toccate in sorte. La prima mezz'ora scorre tranquilla, con un mare calmo del tutto imprevisto. Per un attimo penso che saremmo potuti restare ad Amorgos un giorno in più. L'attimo dopo ho già cambiato idea: il "Consigliere alla Navigazione" è uomo saggio e previdente e non sbaglia mai niente! Con la velocità che sempre mi stupisce (ed un poco mi atterrisce!) il mare cambia stato: prima arrivano onde incrociate, forse per il gioco di correnti che corrono intorno a Naxos e che creano trame intrecciate lungo tutto lo stretto; poi sale un bel vento contrario che ci ostacola per i successivi otto chilometri. Allora niente, testa bassa e china sul ponte anteriore, non possiamo fare altro che pagaiare, non abbiamo alternativa. Perché noi abbiamo pure affinato in questi mesi la capacità di sfruttare onde e vento anche quando sono contrari, ma il Meltemi quando si risveglia dopo giorni di torpore riprende con una foga tale da lasciare senza fiato. Specie quando la morfologia del terreno gli consente di caracollare giù per le gole che incidono la costa da nord a sud, la sua direzione preferita. Ecco, noi vogliamo raggiungere proprio quella spiaggia laggiù, ai piedi della vallata più lunga ed ampia di tutta la costa meridionale di Naxos. E non perché siamo masochisti, ma perché è uno dei punti più vicini per la traversata da Keros, uno dei più strategici date le condizioni meteo-marine odierne ed uno dei più comodi per iniziare il periplo dell'isola. Solo che il Meltemi tutto questo non lo sa. Il Meltemi sa solo che deve soffiare, e al solito soffia in direzione ostinata e contraria alla nostra rotta. Ci rallenta talmente che copriamo gli ultimi otto chilometri in tre ore tonde, avanzando a meno di tre chilometri orari, ben al di sotto delle medie di navigazione a cui ci eravamo "abbonati".
Alla fine arriviamo a Naxos.
La bella baia di Kalados è circondata da morbide colline che si aprono ad anfiteatro ed è occupata sul lato est da un piccolo porto peschereccio. Il portolano dice che offre una buona protezione dal Meltemi, nonostante le raffiche che scendono dalla valle: un'indicazione che sembra ironica anche per le barche da diporto. Noi che abbiamo due panfili, ci dirigiamo sicuri in porto ed occupiamo i posti numeri 2 e 3 della prima banchina, quella insabbiata fino al numero 13! C'è uno stagno dietro la spiaggia a mezza luna, alimentato da un fiumiciattolo che sfocia in mare proprio alla radice della banchina... chissà chi è stato a pensare di realizzare il porto in questa posizione!
Ci avvicinano subito due velisti tedeschi che parlano un ottimo italiano e che hanno attraccato al molo interno, almeno quello non si è ancora insabbiato. Ci fanno domande nuove rispetto al solito: non ci chiedono più chi siamo e dove andiamo, ma se per caso eravamo noi quelli che giorni prima navigavano tra le Piccole Cicladi, da dove loro arrivano.
Noi stiamo morendo di fame e per cercare di non essere scortesi li invitiamo a leggere il blog, così possono tenersi in esercizio con la lingua. Un attimo dopo ci stiamo arrampicando su per un sentiero sconnesso che sembra una ferrata e poi per una scaletta in legno mezza marcia e puntellata con dei grossi sassi, come quello che sostituisce il terso scalino inclinato e crepato: speriamo di trovare una presa per ricaricare il computer e per aggiornare finalmente il blog. Ma non c'è neanche campo e continua pure a Naxos la persecuzione della prima costante dell'universo che ci ha accompagnato su tutta Amorgos. Che è un paradosso, perché Mauro mi ricorda che quando eravamo sull'isola di Ios, in pellegrinaggio alla tomba di Omero, arrivava il segnale pieno con connessione 4G proprio da Naxos, mentre ora che a Naxos ci abbiamo messo piede, della connessione c'è solo qualche sporadico accenno, appena sufficiente a farci inserire i punti dei campi, ma assolutamente inadeguata per la pubblicazione del blog.
Allora niente, per spedire nella blogosfera gli ultimi diari di viaggio dovremmo attendere ancora un giorno. Speriamo domani di riuscire a farlo, visto che abbiamo in programma di raggiungere Panormos, un borgo che sulla carta sembra più grande ed attrezzato di questo piccolo porticciolo dotato di una misera kantina senza presa, che comunque ci sfama a dovere.
Dormiamo come due angioletti, satolli e soddisfatti.

Il leone di roccia di Krombousa
In traversata verso Antikeros e Drima
La seconda visita del leprotto di Keros
Dopo aver messo piede su Amorgos iniziamo ad esplorare Naxos

Martedì 13 settembre 2016 - 82° giorno di viaggio
Ormos Kalados - Ormos Psili Ammos, Naxos (19 km, tutti controvento!)
Vento N 21-23 nodi (F6) in attenuazione dalle ore 18 - Mare da mosso a poco mosso - T 24°C
Abbiamo montato il campo sul selciato del porto, davanti ad una bellissima panchina in legno e ghisa che ci offre un ottimo ancoraggio per i tiranti della nostra tendina, sbatacchiata durante la notte dalle raffiche del Meltemi che ha fatto tintinnare a lungo anche le cime della barche a vela. E' facile smontare e ripiegare e riporre ogni cosa nelle sacche, visto che è tutto in piano e senza la sabbia che si infila ovunque: c'è solo un formicaio di formiche giganti proprio a due passi dalla tenda ed un insopportabile raduno di mosche proprio mentre ci accingiamo a fare colazione, che pertanto diventa velocissima. Mauro litiga col vento per accendere l'ennesima sigaretta e prima ancora di passare all'accendino anti-vento ne riceve uno rosso in regalo dal pescatore appena sbarcato dal peschereccio rientrato da una pesca fortunata, a giudicare dalle cassette di pesce subito caricate sul camion-frigo che attende in porto. Piccoli gesti che significano molte cose.
Lasciamo i nostri due posti barca insabbiati con tutta calma, la nostra solita calma mattutina, e prendiamo a costeggiare verso nord la bella Naxos quando ormai è quasi ora di pranzo.
Per otto chilometri almeno restiamo ridossati dal Meltemi.
Quella che doveva essere una semplice tappa di trasferimento a Panormos, dove speravamo di trovare una taverna adatta per aggiornare il blog, si trasforma invece in una breve anche se piacevole sosta per il pranzo. Dobbiamo proseguire perché anche qui c'è soltanto una kantina sulla spiaggia, all'ombra di una fila di dieci palme e due tamerici e con un bancone azzurro ricolmo di conchiglie giganti e reperti archeologici. Manca però la presa di corrente e l'indispensabile connessione internet, anche se non manca l'insalata greca, guarnita con del gustoso formaggio locale, molto più morbido e saporito della solita feta, il più classico formaggio greco. Ci ricarichiamo a sufficienza per affrontare i successivi dieci chilometri, tutti contro vento.
Prima di risalire in kayak, ci avvicina un simpatico signore francese che veste una camicia rosa (detesto il colore ma adoro gli uomini che lo indossano!) e che un po' incerto ci fa la "solita" nuova domanda: "Eravate per caso voi sotto il Monastero di Amorgos qualche giorno fa? E come avete fatto ad arrivate fin quà?" Poi lo ritroviamo anche strada facendo, noi che saltelliamo tra le onde e lui in auto lungo lo sterrato che segue la costa: ci suona da uno dei tornanti più vicini al mare, scende a scattare altre mille fotografie e si sbraccia in saluti ed incitamenti. Ci emoziona sempre molto il coinvolgimento che suscitiamo negli sconosciuti che incontriamo lungo il nostro percorso. Anche il capitano di un bellissimo veliero in legno che entra a gettare l'ancora poco prima che noi lasciamo la baia di Panormos si leva il cappello in segno di saluto al nostro passaggio e tutto sorridente ci dice "Chapeau!". Altri piccoli gesti che significano tante cose.
La costa orientale di Naxos è molto bella, con una strada sterrata che si intravede solo di tanto in tanto, con poche case di villeggiatura concentrare in due-tre piccoli villaggi anonimi (e tutti sempre senza l'ombra di una taverna, argh!) e con colline ricoperte di macchia mediterranea quando sono basse e vicine al mare e di noccioli ed ulivi quando invece sono più alte ed interne. La guida dice che Naxos è la seconda delle Isole Cicladi per estensione, per numero di abitanti e per fertilità del suolo: la costa che noi osserviamo dal kayak è molto verde, con un profilo morbido ed intrigante, anche se un po' monotono per i nostri gusti. Incontriamo qualche grotta, varie baiette, molte spiagge e persino una duna alta e ricoperta di arbusti frondosi poco prima del nostro campo, una piccola caletta di sabbia chiara e ciottoli policromi ai piedi di una villetta in pietra locale. La signora che fa capolino dal giardino terrazzato accende tutte le luci esterne intanto che noi ci laviamo, ci asciughiamo e montiamo il campo. Come sempre quando mangiamo a pranzo a quattro palmenti saltiamo la cena, o quasi, se non per piluccare qualche pezzetto di pane, una manciata di frutta secca e gli immancabili zuccherosi loukoumi.

I nostri panfili ormeggiati ai posti 2 e 3 del porto di Kalados a Naxos
La costa sud-orientale di Naxos
In navigazione verso nord sul versante orientale di Naxos
 Sempre Naxos

Mercoledì 14 settembre 2016 - 83° giorno di viaggio
Ormos Psili Ammos, Naxos - Ormos Stavros, Donousa (28 km di cui 19 in traversata)
Vento N 19-25 nodi (F 5-6) - Mare da mosso ad agitato con onde fino a 2 metri spesso frangenti - T 24°C
Riusciremo oggi a raggiungere Donousa?
Dove magari c'è una taverna adatta a ricarica il computer e ad aggiornare il blog?
Se ci svegliamo presto e se il Meltemi non ci ostacola troppo, e soprattutto se la traversata non diventa particolarmente impegnativa, allora forse si, per sera saremo sull'isola più settentrionale delle Piccole Cicladi.
Altrimenti dovremo ancora una volta cambiare i nostri programmi ed adattarli a quelli del Meltemi. Abbiamo passato tutta la serata a fare e disfare e rifare i piani di navigazione, ben sapendo che tanto è sempre e solo Lui, il Meltemi, ad avere l'ultima parola e a decidere per noi.
La traversata su Donousa è preceduta da una lentissima pagaiata di nove chilometri verso nord, tutti contro vento, fino al piccolo villaggio di Moutsouna, che spicca sulla costa con il suo vecchio molo adibito al carico di smeriglio, con tanto di resti dei binari che corrono su per la collina fino alla cava dismessa ed un lungo filare di vagoni arrugginiti che scorgiamo anche dal mare.
Avanziamo a fatica, costringendo i Voyager a manovre fuori programma nei giardini di roccia che si aprono tra i conglomerati rosso ramati di questo tratto del versante orientale di Naxos, per cercare un minimo di ridosso dal vento tra gli scogli e per sfruttare un poco l'onda di ritorno che sempre si crea vicino alla costa rocciosa, qui però comunque troppo debole rispetto alla forza del Meltemi.
Sul capo Akrotiri Stavros la musica cambia.
Dopo una brevissima sosta-barretta affrontiamo la traversata: bellissima, la più entusiasmante di tutte quelle sin'ora affrontate.
Per raggiungere l'isola di Donousa, come anche le tre isolette intermedie di Makeres, Paraskevi e Strongili, dai nomi bellissimi ma dai profili aspri ed inquietanti, dovremmo seguire una rotta diretta verso est. Per le forti correnti che interessano lo stretto e per il vento teso che spazza il mare, dobbiamo invece correggere la rotta di ben 30 gradi bussola, tanto da puntare per tutto il tragitto quasi verso nord-est. E' un traghetto perfetto. Per controllare la rotta calcolata dal GPS (o viceversa!) usiamo il metodo dell'allineamento, sfruttando i due capi su Naxos e Makeres come punti cospicui: il primo ha scogliere alte con faraglioni tozzi e ben visibili anche da lontano, il secondo si staglia in mezzo al mare come un triangolo dorato segnato da scanalature orizzontali. C'è un'onda lunga alta mezzo metro che ci accompagna per l'intero tragitto e che risulta assai piacevole: l'andatura al mascone è molto gradita ai Voyager, che con la chiglia pronunciata a V tutta in acqua, ora che sono carichi dell'equipaggiamento per il viaggio, scivolano via di lato che è un vero piacere.
Quando dopo due ore raggiungiamo le famigerate isolette intermedie si scatena il putiferio: la lavatrice sul primo capo di Makeres è impostata sulla centrifuga veloce e lungo tutto il versante settentrionale le correnti, le onde ed il vento creano un guazzabuglio di spruzzi e schizzi e saltelli d'acqua che per troppi lunghi bagnati minuti ci fanno sentire nella difficile condizione della mosca tra i piatti dell'orchestra. Siamo attaccati da tutti i lati e da tutti gli elementi ed è una lotta impari perché il profilo dell'isoletta si richiude in una profonda baia ad uncino che crea giochi di onde imprevisti ed imprevedibili. Ci mettiamo quasi mezz'ora per superare l'ultimo capo, e subito rinunciamo all'idea di sbarcare sulla spiaggia incassata nel versante orientale: anche lì tutto ribolle ed il mare che circonda l'isoletta è impraticabile.
La seconda parte della traversata su Donousa, appena superate le mille tribolazioni di Makeres, è ancora più impegnativa della prima parte, perché nel frattempo il Meltemi ha gonfiato il mare a dovere, le onde sono salite ad oltre due metri ed i frangenti adesso arrivano spesso a coprire i ponti dei kayak, a darci qualche buffetto sulle spalle e a volte anche sul mento.
Ma c'è un'onda di poppa, forse dovuta alle correnti che interessano anche questa parte dello stretto, che a tratti è ben più visibile delle altre: quando la agganciamo riusciamo a procedere (quasi) gratis e la navigazione sembra farsi (quasi) facile. Poi però tornano le onde al traverso a scompaginare le cose e dobbiamo riprendere a gestirle con appoggi e inclinazioni varie, prendendo ancora qualche altro schiaffo prima di poter tornare a sfruttare le sempre più rade onde di poppa. Mauro sta bene nella sua giacca d'acqua ed io per un bel po' gliela invidio. Ma più di ogni altra cosa rimpiango la pompa a pedale che ho montato sul mio vecchio Baidarka: la navigazione sarebbe adesso molto più asciutta, considerato che il paraspruzzi, nuovo alla partenza, dopo quasi tre mesi in mare comincia purtroppo a fare acqua. Ed in queste condizioni l'unico a poter usare la pompa di sentina manuale senza rischiare un ribaltone è l'Uomo di Ferro, che ha da sempre l'equilibrio di un trapezista. Io non ci provo neanche.
E' la traversata più bagnata di sempre.
Non una parola. Non un pensiero. Non una foto.
Nella prima parte perché eravamo tutti presi a divertirci, nella seconda perché siamo troppo occupati a non ribaltarci.
Il vantaggio è che non guardiamo (quasi) mai l'isola, tutti presi come siamo a decifrare il mare: Donousa compare (quasi) all'improvviso, quando sentiamo la sirena del traghetto della compagnia di navigazione della Small Cyclades Lines che arriva da Amorgos e che entra in porto pochi minuti prima dei nostri due panfili.
E così l'ultima mezz'ora di navigazione la passiamo a scrutare la costa di Donousa e a fissare le casette bianche di Stavros, il porto principale dell'isola, che si avvicina velocemente.
Mancano solo venti minuti. Poi dieci. Adesso solo cinque.
Siamo in porto. Siamo in spiaggia. Siamo in taverna.

Il tramonto sui monti di Naxos
Verso Akrotiri Stavros su Naxos
La spiaggetta della sosta su Akrotiri Stavros prima della traversata su Donousa
L'unica foto della traversata da Naxos a Donousa al capo occidentale dell'isoletta intermedia di Makeres

Giovedì 15 settembre 2016 - 84° giorno di viaggio
Ormos Stavros - Ormos Stavros, Donousa (0 km)
Vento N 22-27 nodi ((F 6) - Mare agitato - T 24°C
Sosta forzata, sosta agognata!
Trascorriamo l'intera giornata a bighellonare in giro per la Chora di Donousa.
La prima taverna che abbiamo sperimentato ieri sera per cena non era adatta alle nostre esigenze: benché sia stata la prima taverna dell'isola, aperta nel 1978, ha la sala interna ora completamente adibita a cucina e la grande terrazza esterna è occupata da una decina di tavolini quadrati ma non ha neanche un presa. Per non dire della connessione internet, intermittente se non del tutto assente.
La seconda taverna che proviamo per colazione, che ha sia un caffè che un minimarket annesso, non ha né la presa né la connessione.
La terza taverna sulla spiaggia, poco oltre i nostri kayak, quella che ha mandato musica per tutta la notte, proprio stamattina ha chiuso i battenti: tutte le sedie accatastate affianco ai tavolini di vimini sono un chiaro indizio che la stagione è ormai finita.
Siamo quasi sul punto di desistere quando leggiamo da lontano l'insegna di un'ultima taverna all'altra estremità della spiaggia del porto: ci dirigiamo titubanti su per la collina fuori dal paese e... la troviamo chiusa! Abbiamo però la fortuna sfacciata di incrociare il gestore, che non solo ci offre subito da bere ma ci dice che si, possiamo restare sulla terrazza affacciata sul mare a ricaricare il computer e a scrivere il post per tutto il tempo che vogliamo. Loro riaprono nel tardo pomeriggio e noi li aspettiamo per cena: poi facciamo notte per aggiornare il blog, sotto gli sguardi increduli dei camerieri, che non si capacitano di cosa diavolo stiamo facendo da quasi 12 ore filate!
Ci prendiamo comunque qualche pausa di riflessione. Io ho preso l'abitudine di scrivere appunti per ogni giornata di navigazione sui tovaglioli delle taverne che frequentiamo e quindi il grosso del lavoro è solo quella della trascrizione e correzione, tranne quando devo decifrare ciò che ho scritto troppo in fretta. Mauro a tavola diventa loquace e stasera parliamo a lungo del presente e del futuro e, come spesso succede in viaggio, cominciamo anche a programmarne uno nuovo, magari alle Isole del Dodecanneso, chissà...
Poi ci perdiamo in questa piccola riflessione, che volentieri condividiamo: questo nostro lungo viaggio alla scoperta delle Isole Cicladi è un viaggio possibile perché è un viaggio aperto, in cui possiamo programmare le tappe in ragione delle più favorevoli condizioni meteo-marine. Se avesse una data prefissata per la sua conclusione, come sempre è stato nei nostri viaggi passati, probabilmente non potremmo affrontarlo con la stesso spirito, perché dovremmo forse rivedere o addirittura rinunciare ad una parte del viaggio. In questo modo, invece, siamo aperti ad ogni possibile variazione ed evoluzione: dobbiamo solo avere la flessibilità necessaria per accettare ogni cambiamento.
Come i cambiamenti che osserviamo oggi dalle arcate della "nostra" taverna affacciata sul mare: le onde che prima si gonfiano e poi si spianano, la luce che è prima argentata e poi dorata, il sole che lascia il posto alla luna... le luci del porto che si accendono e quelle della taverna che si spengono.